Stampa

Le troiane

E’ la fine della guerra. Le donne superstiti attendono di essere deportate. Saranno spartite dai vincitori come bottino di guerra. Nessuna ancora conosce il proprio destino, sono sul culmine del tempo a venire. Ogni passo le porterà verso la fine di una vita e l’inizio di un’altra. In ogni caso dovranno sopravvivere. Anche a se stesse. Ognuna porterà con sé, nella propria valigia quello che le permetterà di non morire. Per una sarà la bellezza per un’altra il ricordo del corpo di chi ha amato, per qualcuna la vendetta, e per colei che ne sarà in grado la memoria. Quattro donne. Quattro grida disperse in un mondo che non è più capace di raccontare nulla, perché ogni riferimento è stato ingoiato dal sorriso affilato della madre guerra. Rappresentata nel 415 a.c. all’indomani dell’efferato massacro della città di Milo da parte di Atene,

“Troiane” porta in scena la guerra vista con l’occhio degli sconfitti, denuncia radicale della guerra come dramma universale, in cui ogni epoca può rispecchiarsi. Troia è già caduta e della città non rimane che un rogo immenso, i Troiani giacciono morti dopo l’immane carneficina e le loro donne folli di dolore, attendono prigioniere di conoscere il loro destino. L’orrore e lo strazio sono focalizzati nella prospettiva delle vittime, dei corpi umiliati e spogliati delle loro identità, delle soggettività ridotte a voci sofferenti quanto inermi: nessuna possibilità di denunciare colpe e responsabilità, perché “la guerra è stata voluta dagli dei” come ribadisce Elena protetta dalla sua inossidabile bellezza. Il destino dei vinti è rappresentato da figure femminili travolte dalla spirale della violenza, con l'urgenza di raccontare un’ultima volta la propria storia:Ecuba, regina privata del trono, Andromaca vedova cui viene ucciso l’unico figlio e Cassandra ritenuta da tutti una povera pazza. Su tutte incombe il trauma della perdita e dello sradicamento, della partenza verso un altrove che significa schiavitù .