Stampa

Note sullo spettacolo

Spesso ci si accosta a un testo perché sentiamo che ci parla in modo particolare, per le sue suggestioni formali, o perché è capitato e basta. Poi, man mano che ci inoltriamo nel lavoro di prova cominciamo a scorgere la sua sostanza, emergono i temi, la sua forza, i suoi limiti o il suo potenziale.
Di fronte alle troiane sapevamo che il materiale, quest’ininterrotto canto di morte e di vita, poteva riservarci molto, ma forse nessuna, nessuno di noi, avrebbe saputo immaginare cosa.
Il lavoro è cominciato da un’esplorazione del testo attraverso le improvvisazioni e non c’è voluto molto perché la potenza dei temi e delle situazioni aprisse in ognuno di noi varchi profondi, perché qualcosa ci travolgesse, come una risata o un singhiozzo che ci scuota il corpo senza che nemmeno un perché possa essere sussurrato nella nostra mente.

Le troiane ci si è aperto tra le mani mostrandoci cose che forse, francamente, ognuna e ognuno di noi si sarebbe evitato. Durante il lavoro sono emersi richiami profondi, sconosciuti eppure vicinissimi. Quotidiani ed antichi quanto gli esseri umani. Il lutto, la perdita, la distruzione della guerra, i legami spezzati, l’immagine stessa dell’umanità che deflagra come un edificio che si sbricioli sotto la terra che tremi.
Eppure dietro tutto questo dolore, dietro le cotine di fumo che si levano dalle ceneri di questa città distrutta, ecco apparire la vita. La vita perduta eppure che chiama, attende, canta. La vita che sente e conosce solo una parola: necessità, necessità della vita stessa per sé stessa. La grande, tragica, visione greca dell’esistenza, dominata da una luce che noi occidentali, oggi, siamo a stento in grado di riconoscere e che, pure, chiara, ci chiama.
Ed ecco allora: dove il deserto aveva inghiottito ogni cosa, qualcosa rinasce. Proprio là, dove nulla sembrava più possibile, qualcosa fiorire ancora. Non è una nuova prospettiva, non una speranza, un progetto, un pensiero, è il irespiro che ancora anima i corpi di chi è sopravvissuto, che lentamente torna a soffiare, potente, come se quei corpi fossero stati purificati dal dolore, e adesso risplendessero nella loro assoluta purezza, nella loro prima e ultima necessità: la vita stessa.
Nel nostro lavoro i corpi di queste donne, annientati e purificati, dolenti e luminosi, hanno lasciato trasparire i loro tratti nei volti di chi le interpretava. Ecco la vera, grande possibilità del teatro, la sua unica, grande, magia: avere la possibilità di veder affiorare l’umano dal corpo di chi abita la scena, la capacità di mostrarne le estreme possibilità attraverso la sua rappresentazione.
Molte volte il nostro gruppo di lavoro si è trovato in rapporto con questa possibilità e se, durante il lavoro con il pubblico avremo, anche solo in parte, la capacità di condividere la nostra esperienza, allora, per quella sera, ciò che facciamo avrà avuto la sua ragione e il suo senso.
Il percorso di lavoro che abbiamo compiuto, si è concentrato sulle quattro figure preminenti della tragedia, e saranno questi quattro personaggi, interpretati da Alvia, Sandra, Manuela e Mariangeles a presentarlo in scena, ma in questo viaggio non sono state sole. Durante le prove hanno condiviso intimamente la loro ricerca con Cristian, Emanuele e Claudia. Condiviso significa che i gesti di questi compagni di viaggio, i loro pensieri, le loro emozioni, i loro corpi, hanno lasciato impronte indelebili nel lavoro che il pubblico potrà vedere. Perché Manuela, Mariangeles, Alvia e Sandra, hanno accarezzato i loro volti e da loro sono state accarezzate, con loro in scena hanno pianto e riso, sono state da loro vessate e consolate, accompagnate e sedotte, perché con loro, sussurri, baci, colpi e parole, hanno reso reale e vivo il momento delle prove.
Non potremo mai, fino in fondo, essere pronti per questo spettacolo. Non sapremo mai dove potrebbe portarci. Potremo solo aprire la condivisione del nostro percorso al pubblico. Potremo capire e imparare attraverso questa condivisione un poco di più, compiere ancora un passo ed accorgerci, allora, di tutto quello che ancora ci sfugge.
Comunemente si dice che Le Troiane parli della guerra, ma, forse, è la guerra che parla a noi attraverso questa tragedia. La guerra, il cui orrore mette in luce quello che costantemente perdiamo di umano nelle nostre vite. La guerra che non ha mai abbandonato l’uomo, il suo specchio, la sua fine e il suo inizio. Laddove si riuscisse a bandire dalla terra ogni guerra, forse, l’uomo scoprirebbe che tutto quello che fino ad allora pensava fosse la propria immagine era, alla fine, soltanto inganno.