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note di regia

Quando si apre il copione di Crollasse il mondo c'è un dato oggettivo che non può mancare di colpire l'osservatore: le didascalie superano sensibilmente, in estensione, il testo dialogato. Nella mia esperienza di regista solo con L'ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett mi sono trovato di fronte a una situazione simile. E infatti, in questi giorni di prova, mi trovo a procedere in modo assolutamente identico a quello in cui ho lavorato su Beckett: rispettare con totale fiducia e scrupolo assoluto l'esattissima partitura di gesti, silenzi, pause, sguardi, parole che l'autore ha con tanta chirurgica precisione messo su pagina. Che cosa accade così facendo ( a condizione, va da sé, che ci siano attori di grande talento pronti a travasare generosamente la propria umanità in quella struttura – e fortuna vuole che in questo caso uno coincida con l'autrice)? Detto in termini un po' tecnici ci si rende conto che l'evento drammatico non risulta generato esclusivamente o principalmente dall'azione verbale, ma dall'esatto succedersi e combinarsi di parole, gesti, condizioni di luce, rumori, suoni, immagini e che tutto ciò sprigiona prepotentemente "senso".
Detto in termini più concreti - e probabilmente più efficaci - si scopre semplicemente che un intero mondo prende vita. E che alterare un solo elemento significherebbe raccontare un'altra storia. Ma che mondo prende vita e che storia si racconta in Crollasse il mondo?
Prende vita un mondo periferico, notturno, da fiaba dark metropolitana, un universo urbano desolato, lancinato da luci al neon e da suoni laceranti; un mondo in cui si possono riconoscere infiniti riferimenti filmici, letterari, pittorici: da Edward Hopper al "photorealism" americano, dal "noir" al melò, da Lynch a Shepard, ma senza che mai - dico mai – il piacere della citazione prevalga sulla forza assolutamente primaria, viscerale e diretta del racconto.
E la storia che si racconta è quella di una amicizia impossibile fra due personaggi estremi, portatori di abissi di dolore e perdita, disperatamente alla ricerca di un'identità e di un "ubi consistam", dilacerati fra slanci vitalistici e pulsioni suicide, eppure raccontati con dolcezza, ironia, compassione. E' la storia di una trasfusione di vita che una donna inconsapevolmente salvifica pratica, forse senza accorgersene, ad un uomo consumato dal senso di colpa e dal dolore; con un finale che ci dà sollievo e ci commuove. Perché questo fa il teatro di Alessandra: fa ridere, commuove e inquieta. Spesso nel medesimo istante.
Massimiliano Farau