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In memoria di una signora amica

di Giuseppe Patroni Griffi

a cura di Luca De Fusco

 

 

 

 

 

Una delle cose più frequenti ed irritanti che capitano ad un napoletano è quella di sentirsi chiedere “Ma com’è possibile che Napoli si sia ridotta così?”. Non c’è bisogno di spiegare perché la domanda sia molto frequente in questa fase della storia italiana. E’ invece intuibile come sia irritante per noi napoletani dover rivivere ad ogni domanda la decadenza della nostra città. Curiosamente molte risposte a questa complessa questione si possono rintracciare in una delle prime, delle più belle e delle meno frequentate commedie di Giuseppe Patroni Griffi (In memoria di una signora amica), che ci ha lasciato cinque anni fa.
E’ una commedia sociale? Parla di politica? Assolutamente no. E’ la storia di una signora borghese che  si arrangia nella Napoli dell’immediato dopoguerra. Delle sue amiche,di suo figlio e degli amici del figlio. Vi si parla di amori, di partite a carte, e soprattutto della tentazione di lasciare Napoli e di trasferirsi a Roma.
Che c’entra allora con la decadenza di Napoli? Molto perché raccontando di vicende private Peppino ci racconta un momento cruciale della decadenza della città. Una città che si è talmente arrangiata da trasformare molte sue ragazze nell’equivalente di quelle che oggi in Thailandia vengono chiamate “mogli in affitto”. In cui le signore perbene, come la protagonista, affittano la loro camera da letto a quelle “mogli in affitto”. In cui il senso di degrado,di avvilimento è tale che i giovani non parlano che della voglia di andarsene, di fuggire a Roma, vivendo lo struggimento del distacco dal mare, delle belle giornate, dal forte legame con la loro terra ma anche l’intuizione che solo andando via da Napoli la vita possa avere una prospettiva,un senso. Se si riflette sul fatto che questa storia è stata quella della generazione di Patroni Griffi, Rosi, Ghirelli,  perfino del Presidente Napolitano si può iniziare a capire perché In memoria di una signora amica racconti con un sapore di cechovismo meridionale l’inizio dell’abdicazione di una classe dirigente, l’inizio della resa della borghesia intellettuale napoletana al caos.
Non so perché questa splendida commedia non si faccia da tanti anni. Ha certo molti attori e chiede prestazione attoriali importanti ma è talmente bella e struggente che non capisco veramente perché non sia andata oltre una memorabile edizione televisiva con Lilla Brignone,Pupella Maggio,Massimo Ranieri e Geppi Glejeses del 1976.
Proviamo a rileggerla e vediamo se funziona ancora.  

Luca De Fusco