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L'ultimo safari

di Mauro Covacich
lettura scenica a cura di
Piero Maccarinelli
con
Michele Placido
Massimo Popolizio

 

 

Ennio e Toto si incontrano a tarda sera su una spiaggia desolata del Salento. Il primo è un manager friulano di mezz’età, il secondo un giovane passeur del luogo. Il motivo del loro incontro è un safari umano. Ennio è il cliente di Toto. Toto è il contatto di Ennio. Verso il mare, a duecento metri dalla duna dietro la quale i due sono nascosti, c’è la loro preda designata: una donna albanese dalla pancia enorme. I due sconosciuti fanno la posta alla loro vittima fi no al mattino seguente, mangiando, litigando, rispondendo alle telefonate delle rispettive mogli, diventando complici non più solo occasionali, confessandosi gli aspetti più reconditi del loro vissuto. Quando la uccidono, la donna sembra trasformata, non è più grassa. Dentro il capanno trovano un neonato chiuso in un sacchetto di nylon. Il bambino è vivo. Che fare? Quando ho cominciato a scrivere L’ultimo safari avevo in mente l’idea di salvare due uomini  inevitabilmente compromessi. Ero convinto, e credo di esserlo ancora, che l’unica possibilità di salvezza per loro, come per tutti noi, fosse comunque una possibilità dimezzata, sempre relativa alla depravazione morale, allo smarrimento, alla balbuzie sentimentale della nostra epoca. Mi piace pensare a L’ultimo safari come a un “Aspettando Godot” con Godot che, sfortunatamente, arriva. L’attesa non è priva di senso. Alla fi ne c’è una fi ne. Alla fi ne entrambi i personaggi si sentono sollevati e fanno ritorno ognuno nella propria quotidiana ipocrisia con una grottesca, paradossale impressione di felicità.”